Carènvèl lè ùn bùn cùmpàgn
perchè è vèn nà volta à l'àn
sè vgnèsà tòtt ì mès
là srè l'àrvìna dè Paès




Dalla località di Monterastello, è sicuramente il dottore più conosciuto, per mezzo delle poesie tramandate fino ai giorni nostri da persone certamente non più giovani, anche loro ormai scomparse come Dario, il quale, nato a Pavullo il 11.09.1907, rallegrò i cittadini di Verica con rime alternate, più spesso baciate, cantastorie, si legò alla cultura del popolo che, nel giorno della morte avvenuta ad Harar in Etiopia il 18.07.1937, lo rimpianse.
Di lui si tramanda che era solito fare uso negli spostamenti di una somara, che montava a pelo, ed alla quale un giorno di carnevàle rivolse la seguente frase:
"Bèda bèn la mì sumàra ed cumpatim ch'àìò la bàla!"


Famoso rimane comunque, l'incontro avvenuto tra le mascherate di Verica e di Castagneto, durante il quale incrociando il dottore avversario, tale Pietro Grandi, "Piràt ed Pighìn" così gli si rivòlse:

"Per mantgnè la nostra ùsenza, av dàg la mèn per fè cgnùsènza!"

Avuta dal Grandi una risposta non del tutto educata, Dario che non aspettava altro per poter sciogliere la lingua, lo apostrofò:

" Gùerdèl là chè bròt bàgàì
cùn che stòmèg pièn-d-màdàì
è sì mèss enc dù gambèe
che fà schìv à vadl'andèe,
sì è mònd en s'arcapèla
tè Pighìn dà la Mùrèla?
ì tghè nà tèsta cùn un cràni
chè-ghè-starèe bèn
piantà un gèràni"

L'altro dottore non sapendo quasi cosa rispondere timidamente disse:

"Mè à sun-stà à Vgnòla
a guidè la cariòla
à sun-stà à Milèn
à fèe dè pèn
à sun andà à Bùlàgnà
à sghè dlà làgnà"

Allora Campanari, riprese le redini e sentenziò:

"ènca mè à vègn da nà cà
cà sen tòtt quènt di lavrèà
lì lavrèà enc mì surèla
à de aventi e indrè a la pèla"

da notare che la sorella di Dario era rimasta incinta ed a quei tempi, non era come adesso.

A un signore che abitava a Bologna, Mario Pollacci, ma veniva "ambrùs" dalla Giuseppina, a Cà ed Catlìna, ora casa di Pini Renato e che si vantava con tutti, di possedere un'automobile, rarissima per quei tempi, ed inoltre, commerciante di stoffe e articoli di vestiario in forma ambulante, di possedere un banco fornitissimo disse:

"èssènt un mutùr che và a bènzìna
lè Pulàci, l'ambrùs dla Giusepìna,
duvèl Pulàci che bròt bagàì
c'àl dìs clà un bènc cùn ssèntamèla màìì?"

A questo punto Pollacci Mario, sentendosi punzecchiato nel vivo,apostrofò il Vignali con improperi di ogni sorta, in italiano categorico, dei quali cerco di riportare quanto di mia conoscenza, "siete un villano, un maleducato, un mascalzone"; Dario, riprese la parola e disse:
"ì vò a sì un òmm chi la testa làv-prèla
perchè ssentamèla màì
è negl'ìa gnènc la Vangèla!!"

(La Vangèla.....moglie di Alfonso Lipparini, titolari dapprima di una licenza ambulante e poi dell'omonimo negozio sito in via Giardini a Pavullo nel Frignano.

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Altri battibecchi tra i dottori portavano spesso a conseguenze litigiose, comunque le domande erano spesso pungenti ed altrettanto pungenti erano sicuramente le risposte.

Èm dèga sgnùr dutùr
Cùsa-g-vòl per fè un cagadùr?

Risposta:

Èg-vòl tre às ì un càvàlàt
Ì la tù bòca prè stàlàt


Èm dèga sgnùr dutùr
Cuma sfà per avè la tèsta à l'ombra
Ì è cùl aù sùl?

Risposta:

Èt-tè da matèr lè
Cùn e cùl pòst-à mèzdè
Ì quènt ed cherna ì t'impièsn'è sfiùràdùr
Tè srè cun la testa à l'ombra ì è cùl àù sùl

E si andava avanti così, ad oltranza , fino a che uno dei due non rimaneva muto. Si diceva allora che era stato "insaccato".

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A' LA TINA
(Alla Tina Appari, che poi sarebbe diventata sua moglie! E a sua sorella!)

à làs a la Tina ì a cl'etra-lè
chè sre mèì c'tulèsèn marè
mò an-deg mèìa per quastchè
chi da spander ag-sùn enca-mè!
Mà quàst nèl tgnidi per nà cùcàgna!
Chi à vgnè mèg...es-fà dla fàma!!


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A ENZO ED CA' DE MNIN
( Abitante di Verica bassa, il quale si vantava con tutti di possedere un occhio magico nel contrattare le bestie a prima vista) (Il Paiolo, è una località di Verica)

à làs a Enzo ed Cà de Mnìn
chi dfè è màrchènt lì dvéntà fìn
là cumprà dù bèsti
ì èglià guardà sul in tè "Pàìòl"
è gh'era nà vàca ì un manzòl!!


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ANDERIUN
(Mucciarini Andrea, padre di Tonino della Posta, benestante di Verica che, per conto di una ditta appaltava anche lavori di risanamento o di rifacimento stradale, di contenimento fluviale ecc.,insomma un impresario in piena regola.Ed era appunto a questa persona che anche Vignali Dario, come le altre persone della frazione e dei paesi limitrofi, dovevano rivolgersi per la "Quindicina", famosa turnazione del posto di lavoro, che permetteva bene o male di "tirare avanti" una famiglia spesso numerosa."Er là Madòna, tè", diceva rivolto a Dario, "et cmànd sul chi tri dè chè a Vrìga, mà dòp!!...."); lascio a voi intendere cosa significasse " mà dòp". Bene, il Mucciarini Andrea, aveva acquistato dei maiali da porre all'ingrasso nei locali del caseificio, dove ora ha costruito il Geom. Bartolini Giuliano, un fatiscente stanzone, che come copertura del tetto aveva di tutto, come allora si usava. Un giorno, si dice, durante un furioso temporale con grandine, i maiali, al rumore provocato dalla "tempesta" sul tetto coperto con lamiera, cominciarono a spaventarsi e a rincorrersi dentro lo stanzone, volevano uscire all'aperto e spingi, spingi contro le inferriate, alcuni maiali si ferirono a morte. Si narra che venne chiamato il veterinario che sentenziò che fossero morti dallo spavento, oggi sarebbe "strèss".

Anderiùn là mèss sò un casèr
è sì mèss in capitèl
là cumprà trenta magrùn
è lì ha mèss int'un ciùs cuèrt à latùn
ùn-dè c'vès à tempester
ì cmènzòn tòtt à saltèr
è cùn ì llòr trenta mùs
ì tentevèn à rupr'àl cìùs
àlura Anderìùn clè l'imprèsàri
manda a tòo è vèterinàri,
è veterinàri bàs de statùra
è cunstatò chi fòsèn mort
tòtt da la paùra!!

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AL TER-ROS ( LE TERRE ROSSE)
(Località di Verica, dopo Gnèda. Per capire questo aneddoto, occorre una spiegazione logica dell'avvenimento. A quei tempi, non esistevano, o meglio se esistevano erano alla portata di pochi, le balere o le discoteche e chi voleva cercare di divertirsi, doveva organizzare privatamente una festa da ballo. Quindi, dopo aver scelto il locale, (rammento che allora si danzava nella stanza più grande dell'abitazione, a meno che, come succedeva spesso a Monterastello, non venisse abbattuta la parete divisoria murata con gesso), gli organizzatori cercavano i suonatori, gli invitati o soci, le ballerine, sempre seguite a vista dalle mamme. Se non eri nella lista degli invitati, non eri ammesso al ballo; a meno che gli organizzatori non ti permettessero l'ingresso per fare i due balli di rito, "ì dù", ma questo era sicuramente a loro scelta.
Partirono quindi i nostri amici, da Verica centro per raggiungere a piedi la località predetta, dove si sapeva che era in atto una festa da ballo.
Cercarono, ma inutilmente al loro arrivo di essere ammessi se non alla festa, appunto per "fè i dù", ma ricevuto il diniego, che già immaginavano sin dalla loro partenza da Verica, pensarono di architettare uno scherzo.
Avevano raccolto durante il viaggio, passando nei pressi della Casa Lunga, un a gatta, che morta o moribonda, era stata gettata nel letamaio.
Quindi, al diniego ricevuto, attesero che nella stanza che fungeva da cucina non vi fosse nessuno, solo allora Dario Vignali entrò di soppiatto da una finestra lasciata socchiusa nella stanza dove sulla stufa stava bollendo la pentola per il brodo dei tortellini, piegati a mano dalle donne e dove galleggiava una stupenda gallina nostrana.
Nonostante il calore, il novello Muzio Scevola infilò la mano nel brodo bollente, afferrò la gallina, forse ancora non del tutto cotta, ed al suo posto vi mise la gatta, ricoprendo tutto con il coperchio.
Immaginatevi al momento di andare in tavola!
Comunque, questa storia, che mio padre Volfino mi raccontava spesso, essendo lui uno della squadra, venne tenuta appositamente nascosta dai commensali, per non incorrere negli sberleffi della gente, ne tantomeno per finire in pasto al dottore della Mascherata o nella bruciatura della Vecchia, allora molto in uso nelle frazioni.
Tuttavia, essendo il dottore della mascherata anche l'artefice dello scherzo, non aveva certo bisogno che gli riportassero quanto era accaduto e quando vide appunto arrivare la Iusfina, la cuoca della serata l'apostrofò così:

èg càlèva un quèrt à mèzanòta
andòsi à vàdèr si la chèrna l'èra còta!
È aìèri vò..la còga Iùsfìna
Cà tùlèsì la fùrzìna
À la piantòsi intla pignàta
Infrizòsi è còl dla gàta,
l'era nà gàta muribònda
ed Dàlfìn da la Cà Lònga
.

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A MARESCOT
(Sinceramente non riesco a non attribuire ad altri questo lascito, anche se molti lo attribuiscono come composizione a Pìàt ed Fàlànèl; ma vuoi per la metrica, vuoi per l'estensiòne, sicuramente l'autore è Dario Vignali, "Campanari". Bene, detto ciò questo lascito ha sicuramente un indirizzo sessuale, la lancetta dell'orologio è paragonata appunto all'organo sessuale maschile, dicendo che batte sempre le otto, non lo tratta poi così male come sembra, sarebbe stato peggio sicuramente se avesse marcato le sei.)


à lasèn à Marèscòt
cun cl'àrlòì c'fà sempr'ègliòt
è la dèt enc la Luzèìa
chè gà pers intlà battrèìa

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Permettetemi, di aprire un paragrafo spesso dimenticato e dedicato alle sinfonie "àl sànfùnèì" . Erano queste serenate un po rumorose, fatte con qualsiasi cosa potesse emettere un suono; dai lattoni di lamiera, ai corni di bue, ai coperchi delle pentole ecc. che per divertimento si facevano ai vedovi o alle vedove che intendevano riprendere moglie. Continuavano ad oltranza fino a Che il festeggiato, se così si può dire, non cedeva ed offriva a tutta la compagnia in cambio del silenzio, vino ed altre prelibatezze allora molto rare.
Non era però difficile, che invece di accondiscendere alla richiesta intrinseca contenuta nella sìnfònia, il diretto interessato o chi per esso, andasse, si recasse a Pavullo per sporgere denuncia contro "noti ed ignoti" alla locale stazione Carabinieri, riferendo delle molestie subite.
A volte i Carabinieri intervenivano, inseguendo i musici improvvisati e per cercare di assicurarli alla giustizia. Altre volte con fare minaccioso, promettendo anche ritorsioni corporali, i festeggiati spergiuravano che, se la cosa fosse andata avanti a lungo, avrebbero fatto uso delle armi.


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ALLA CLIMENTA DALLA SORBA
( Sicuramente non ha bisogno di essere interpretato, c'è da dire che si arrivava appunto fino all'offesa personale, cosa che al giorno d'oggi si cerca di evitare)

Oh Clìmènta ròsa ròsa
tòtt ì dè t'imperd nà gòza
ènt'infèdi maravèìa
le la pèsta clà và vèìa

oppure:

Oh Clìmènta fàm nà gìòva
tèm-vrès tirè zò da Cà tòva
tèm-vrès-tirè int'ùn-trànèl
perchè tè-vòìa ed ravànèl?
mà piùtòst chi dèt è mì pisùlàri
àm fag castrè dà è veterinàri


Oh Jùsfìn ètlà fè bàsa
à cumprèr un'etra vàca
màt àl zùv à la Clìmènta
chè dla vàca tnè piò sènza

Al marito Jùsfin ( Giuseppe ) che minacciava appunto di sporgere denuncia rispondèva:

Và pòrr ènc à là giùstèzìa
ì dèg chìt'fàghèn là pìrèzìa
chi la Climènta lè padrùna
d'ùn mètr'è mèz ed simitùna

Non si hanno notizie precise di cosa fosse "là simitùna", che lascio quindi all'immaginazione di ognuno.


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ALLA BARACCANI ELENA
(La Lèna, come tutti la chiamavano, era mia nonna. Una notizia l'aveva messa in apprensione, un certo "Bràta", penso chiamato così dal copricapo, andava dicendo in giro che se fosse stato oggetto di una "sànfùnèìa" avrebbe sparato ai partecipanti con una pistola o rivoltella chiamata terzetta.
Figuratevi appunto l'apprensione della Baraccani Elena, ben sapendo che mio padre Volfino faceva parte della banda di "Campanari", così infatti tutti conoscevano Dario Vignali.
Rivolto ad essa quindi cosi si espresse in rima:


A vèl dèg enca-vò Lèna
cà sùnèn cùn tènta pèna
guardès bèn ogni-tènt Bràtà
chèn-sè sparàs cùn-clà tèrzàta?


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BATAGLIA
(Altro personaggio caratteristico di Monterastello, che nella fuga e nella foga di un inseguimento da parte delle forze dell'ordine, era scivolato e caduto lungo il pendìo di Monterastello, rimanendo nascosto al passaggio dei Carabinièri e perdendo nella caduta parte dei lattoni serviti per la Sànfùnèìa.

Lè nà còsa da mètràglia
lè andà zò prè-gròt Bàtàglia
à pregàrèn Bàmbìn Gèsò
s'al nè-mòrt...c'àl-turna sò
mà per tè Bràta lè stà un cùìp bùn
perchè l'ha pèrs enc trì latùn!!

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ALL'OLIMPIA ( l'Ulèmpia in dialetto)

(La quale invitava i suonatori a scendere per dissetarsi fino a casa sua; la Frullina.) "Ràgàz vgnì bèn zò c'àv dàg da bòvèr!!, disse; non ci volle altro:

Oh stà à sentèr la mè Ulèmpìa
dàl tò vìn nò àfèn sènza
èstvò fè pò un quèl sìcùr
ve sùchè pò beses al cùl
mà stvè sò prè-stà mùntagna
àt-gunfìèn cùmì nà càgna


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Questa "Sanfùnèìa" dedicata ad un Bernardoni di nome Ninetto, è stata salvata dalla Giacomozzi Maria "La Maria dla Sùnta" e a mè consegnata prima della sua scomparsa. E' quindi con grande piacere, credendo di farle cosa gradita, che la trascrivo su questi fogli.

A' Verica ci siamo, à Verica ci restiamo,
delle due è la più mèsta,
quàla clà-ìs che a Vriga lag-rèsta,
che fà l'amore con quèll'ometto,
terzogenito di Selmetto,
a cui per l'onore della vedovanza,
i paesani per una vecchia usanza,
ì cumbinòn ed fèg la sànfùnèìa,
è ì disèn chi senza vin in-smetivèn mèìa.
Allora i Bernardòni gridarono tutti in còro,
che per una maestra non era decoro,
perchè la ne mèìa una dòna basta sìa,
Da fèg sunè la sànfònìa,
anzi un'insegnante elementare,
è una donna da rispettare,
lè vèra che gl'ìèn pieni ed caprèzi,
è che egnè queich'òna c'apièn giudèzì,
mà dei difetti ne è a compèndio,
a fine mese lo stipendio.
L'Anna con tanta poesia,
sentirsi fare la sanfonia,
grida, piange e si dispera,
e non vuòl più che venga sèra,
per non sentire sulla via,
la funesta sanfonia.
E nella disperazione del momento,
vuol guastare il fidanzamento,
la Vittoria sua collega,
di calmarsi ella la prega,
e le fa ben presto osservare,
che se si vuol maritare,
è questa un'ottima occasione,
giacchè ha incontrato questo minchione.
Nell'esperienza ha concepito,
quanto sia difficile trovare marito,
e se c'è una probabilità,
non è certo giù in città,
anzi, permettimi che te lo dica,
se vuoi sposarti, approfitta di Verica.
Metti a parte la poesia,
e prendi chi chessia,
non è forse in uso a Piacenza,
il matrimonio di convenienza?,
è vero che sei carina,
ma hai passato la trentina,
poi quà del tuo precedente,
nessuno conosce niente.
Non vedi come tutti ti fanno festa?
Forse ti credono una donna............
Finita la bella storia,
l'instancabile Vittoria,
l'amor dell'amica va a chiamare,
perchè la venga a consolare,
così fra il frastuono dei lattoni,
stringe al cuore Bernardoni,
dicendo: meno male,
che ho vicino l'ideale,
tu sei la mia anima gemella,
come farei senza di quella!!
Dio benedìca, chi mi mandò a Verica!!
Mio amato Ninetto,
sempre al còr ti voglio stretto,
alla tua vita, la mia è unita.
Ora tutti i giorni di vacanza,
se lo prende nella stanza,
le fà far da cameriere,
e qualche volta da infermiere,
e lui serve alla ragazza,
latte e caffè in tazza,
poi le toglie le calzette,
e sotto al cuscino tiepido gliele mette.
Quando poi si sente male,
corre a fare il sentimentale,
e così col suo ideale,
fanno vita coniugale,
tanto che il padrone Massimino,
dice questo è un gran..................
Della Sinfonia la questiòne,
fù risolta con un veglione,
ed ùn quintèl ed vìn à dispùsiziùn,
ed tòta la pùpùlaziùn.
Ma Nino à penser,
eg-ves da considerer,
è sis-dvèsèn pò lasè?
per egnènt aiarè paghèe,
ma ella lo potè presto pacificare,
dicendo in tàl caso sono pronta a pagare!!
In-tà èsèr gratès ès càpèss,
chè à è vìglùn è gh'era fès,
e fù mès da perta la cunumèìa,
basta chin sunèsèn piò la sanfunèìa.
Av-garantès la pariva nà cùcàgna,
en se mai vèst un'abundenza cumpàgna,
tènt chi la zènt apèna chi vèsen vìa,
ì dèsèn ed fègh, un'altra sinfùnèìa,
per vader seghè vgniva l'intenziùn,
ed fè un'èter vègliùn.

I Puntata "Continua"

Verica 25.02. 1933


Terminava così, questa sanfunèìa, con la speranza e la presunzione di continuare, di scriverne altre. Purtroppo invece, non sarà così, gli eventi bellici conseguenti all'invasione da parte dell'Italia di Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia non lo consentiranno. Questi momenti di divertimento nostrano, dovranno essere accantonati; i nostri soldati partiranno per la terra d'Africa, molti di loro non torneranno più; anche il nostro dottore "Campanari" non farà ritorno a casa, morì infatti ad Harar in Etiopia il 18.07.1937-